Salita della Tosse
La piccola porta
Era una piccola porta
(verde) da poco tinta.
Bussando sentivo una spinta
indicibile, e a aprirmi
veniva sempre (impura
e agra) una figura
di donna lunga e magra
nella sua veste discinta.
La notte con me entrava,
subito, nella cinta.
Salivo di lavagna
rosicata una scala,
nè mai ho saputo se era,
a spegnere la candela,
il nero umidore del mare
o il fiato della mia compagna.
Avevo infatti una cagna
(randagia) che mi seguiva.
L'intero giorno dormiva,
disfatta, fra i limoni,
ma nottetempo (carponi
e madida) mi seguiva
bagnandomi, con la saliva,
la punta delle dita.
Forse era la mia vita
intera, che mi lambiva.
Ma entrato oltre la porta
verde, mai con più remora
m'era accaduto che Genova
(da me lasciata), morta
io già piangessi, e sepolta,
nel tonfo di quella porta.
Eppure io piansi Genova,
l'ultima volta, entrato.
Il giorno non era nato
ancora, e campane
e gloria (forse era festa
d'anima, e di resurrezione)
m'empivano la testa
col vento della costernazione.
Salita della Tosse
scandivano ragazze rosse.
Ragazze che in ciabatte
e senza calze (morse
al calcagno e alla nuca
dimagrita dal dente
in quell'ora impellente),
andavano, percorse
da un brivido, sulla salita
che anch'io facevo, solo,
già al canto d'un usignolo.
Genova di tutta la vita
nasceva in quella salita.
Seguivo i polpacci bianchi
e infreddoliti, e inviti
veementi, su dal porto
che si sgranchiva, netti
salivano dal carbone,
che già azzurro di brina
brillava, sulla banchina.
Entrai, non so dir come,
spinto da quel carbone.
Ma a un tratto mi sentii senza
più padre (senza più madre
e famiglia, e vittoria),
e solo nella tromba
delle scale, indietro
mi ritorsi, la tomba
riaprendo della porta
già scattatami dietro.
Che fresco odore di vita
mi punse sulla salita!
Ragazze ormai aperte e vere
in vivi abiti chiari
(ragazze come bandiere,
già estive, balneari),
sbracciate fino alle ascelle
scendevano, d'arselle
e di cipria un odore
muovendo a mescolare
l'aria, dal Righi al mare
Avevano le braccia bianche
e le pupille nere.
Con me un carabiniere
come le stava a guardare!
Mi misi anch'io a scendere
seguendo lo sciamare
giovane, e se di tende,
bianche fino a accecare,
già sentivo schioccare
la tela, ahi in me sul mare
le lacrime - ahi le campane
verdi d'acqua stormente
nel mio orecchio, e in mente
(verde, e da poco morta),
cui più con tanta spinta
potevo nel ventilare
del giorno, ormai, bussare.
Giorgio Caproni
Era una piccola porta
(verde) da poco tinta.
Bussando sentivo una spinta
indicibile, e a aprirmi
veniva sempre (impura
e agra) una figura
di donna lunga e magra
nella sua veste discinta.
La notte con me entrava,
subito, nella cinta.
Salivo di lavagna
rosicata una scala,
nè mai ho saputo se era,
a spegnere la candela,
il nero umidore del mare
o il fiato della mia compagna.
Avevo infatti una cagna
(randagia) che mi seguiva.
L'intero giorno dormiva,
disfatta, fra i limoni,
ma nottetempo (carponi
e madida) mi seguiva
bagnandomi, con la saliva,
la punta delle dita.
Forse era la mia vita
intera, che mi lambiva.
Ma entrato oltre la porta
verde, mai con più remora
m'era accaduto che Genova
(da me lasciata), morta
io già piangessi, e sepolta,
nel tonfo di quella porta.
Eppure io piansi Genova,
l'ultima volta, entrato.
Il giorno non era nato
ancora, e campane
e gloria (forse era festa
d'anima, e di resurrezione)
m'empivano la testa
col vento della costernazione.
Salita della Tosse
scandivano ragazze rosse.
Ragazze che in ciabatte
e senza calze (morse
al calcagno e alla nuca
dimagrita dal dente
in quell'ora impellente),
andavano, percorse
da un brivido, sulla salita
che anch'io facevo, solo,
già al canto d'un usignolo.
Genova di tutta la vita
nasceva in quella salita.
Seguivo i polpacci bianchi
e infreddoliti, e inviti
veementi, su dal porto
che si sgranchiva, netti
salivano dal carbone,
che già azzurro di brina
brillava, sulla banchina.
Entrai, non so dir come,
spinto da quel carbone.
Ma a un tratto mi sentii senza
più padre (senza più madre
e famiglia, e vittoria),
e solo nella tromba
delle scale, indietro
mi ritorsi, la tomba
riaprendo della porta
già scattatami dietro.
Che fresco odore di vita
mi punse sulla salita!
Ragazze ormai aperte e vere
in vivi abiti chiari
(ragazze come bandiere,
già estive, balneari),
sbracciate fino alle ascelle
scendevano, d'arselle
e di cipria un odore
muovendo a mescolare
l'aria, dal Righi al mare
Avevano le braccia bianche
e le pupille nere.
Con me un carabiniere
come le stava a guardare!
Mi misi anch'io a scendere
seguendo lo sciamare
giovane, e se di tende,
bianche fino a accecare,
già sentivo schioccare
la tela, ahi in me sul mare
le lacrime - ahi le campane
verdi d'acqua stormente
nel mio orecchio, e in mente
(verde, e da poco morta),
cui più con tanta spinta
potevo nel ventilare
del giorno, ormai, bussare.
Giorgio Caproni
Etichette: Genova, Giorgio Caproni, poesia, Salita della Tosse
